[Pre] testi

di Fabrizio Patriarca

 

Anche lo spettatore più casuale e distratto de L’uomo dei sogni (USA, 1989), di Phil Alden Robinson, non può mancare di riconoscere un fatto a tutta prima inquietante: per questi americani orgogliosi, malnutriti, culturalmente giovani e giovanissimi, il baseball riassume definitivamente l’universo.

L’odore che emana dal diamante è assieme qualcosa di eroico e fanciullesco: nel film di Robinson attorno a un campo da baseball si danno convegno interesse economico e letteratura, politica e medicina, sognatori e miscredenti, innamorati e delusi. Soprattutto: i vivi e i morti. Del resto, cosa meglio di un campo da gioco rappresenta la fusione armoniosa di natura e cultura? La terra mette se stessa, e l’uomo si accontenta di tracciare qualche riga; l’immaginario spazia: una zolla diventa una base, un piccolo dosso il nido di un lanciatore. Tra l’altro, il titolo originale della pellicola è Field of dreams: si parla innanzitutto del campo, poi dell’uomo.

C’è una sequenza molto suggestiva del film in cui Shoeless Joe Jackson (Ray Liotta) invita lo scrittore Terence Mann (James Earl Jones), la cui vena è ormai esaurita, a seguirlo al di là dei limiti del diamante. Mann accetta, e sparisce assieme al fantasma nel fitto delle piantagioni. Il baseball è il varco da cui si accede al soprannaturale, al mistero della divinità o dell’ispirazione, secondo le preferenze.

Su questo campo estraniante e fascinoso, costruito dietro consiglio di una voce carica di mistero, Ray Kinsella (Kevin Costner) assisterà al ritorno del padre scomparso: con lui torneranno i sogni, il vigore e le speranze del tempo perduto. Torneranno per abitare un assurdo campo da baseball, allestito presso una fattoria nel cuore dello Iowa.

Così nel campo avviene non solo una risoluzione del mondo, ma una purificazione, un lavaggio delle ostilità e delle incongruenze al cui fondo sta l’intuizione che il gioco del baseball è, in una parola, la moralità. Nel film, chi transita per quel campo viene subito toccato da una qualche grazia, il gioco stesso è trasfigurato (non si vedrà mai giocare una vera partita): da occasione di gloria e di vittoria sublima in possibilità di riscatto e salvezza.

Il campo, chiuso, regolato, ben custodito, è in fondo un giardino, un giardino perfetto, tanto che ogni fantasma che arriva per giocare chiede immancabilmente se quello sia il paradiso. A ognuno Kinsella risponde: "no, è lo Iowa".

Ma davvero il baseball è il paradiso in terra? Ciò che importa, io credo, è che agli americani piace pensare che lo sia. Il campo da baseball è ormai un archetipo della loro cultura, così nitido e irrinunciabile che nei loro film di fantascienza preferiscono immaginare una società meno democratica piuttosto che una società in cui non si giochi a baseball, o una sua variante, per quanto bizzarra e magari aliena.

Esempi clamorosi di quest’affezione per il diamante e tutto ciò che può contenere fioriscono in continuazione, e basta citarne qualcuno alla rinfusa: il capitano Benjamin Sisko di Star Trek Deep Space Nine è un accanito cultore di baseball; in una nota pubblicità di gomme da masticare un ragazzo brandisce la sua mazza per respingere un asteroide; in Codice d’onore (USA, 1992), di Rob Reiner, l’avvocato Tom Cruise non riesce a ragionare se non passeggia per la stanza assieme al suo oggetto/totem, di nuovo una mazza da baseball; uno spot recentissimo della Playstation cita addirittura il finale de L’uomo dei sogni, con la scena del serpente di automobili che avanza nella notte per raggiungere il campo; in una scena memorabile de Gli intoccabili (USA, 1987), di Brian de Palma, Al Capone (un obeso e arrogante Robert De Niro) disserta di baseball descrivendolo come illuminante paradigma dell’esistenza, poi adopera la mazza per assassinare uno dei suoi luogotenenti.

Insomma, questo amore sfrenato degli americani per il loro sport nazionale ha prodotto, tra l’altro, un film piacevole come L’uomo dei sogni. Forse troppo incline al patetico nel finale, ma cosa importa?

Da noi, sul calcio abbiamo sfornato pellicole del calibro de L’arbitro (ITA, 1974), di Luigi Filippo D’Amico, pallosa commediola con Lando Buzzanca e Joan Collins; Paulo Roberto Cotechino centravanti di sfondamento (ITA, 1983), di Nando Cicero, con un sordido Alvaro Vitali; Il tifoso l’arbitro e il calciatore (ITA, 1982), di Pier Francesco Pingitore; Mezzo destro mezzo sinistro, due giocatori senza pallone (ITA, 1985), di Sergio Martino, con il duo Sammarchi-Roncato al top della gag pecoreccia, e L’allenatore nel pallone, (ITA, 1984), sempre di Martino, con Lino Banfi nei panni di Oronzo Canà, allenatore di un’improbabile "Longobarda" che schiera un fuoriclasse brasiliano di nome Aristoteles (erano i tempi di Socrates: supremo sperpero di fantasia!).

Dopotutto quest’ultimo film con Banfi risulta il meno pretestuoso, con qualche chicca di sano burlesco (Canà che s’incazza alla Domenica Sportiva e dichiara: "Picchio De Sisti. Adesso picchio De Sisti"), e certamente superiore ai recenti polpettoni inglesi Sognando Beckham (GER, GB, USA, 2002), di Gurinder Chadha, e Best (GB, 2000), di Mary McGuckian. Resta il fatto, però, che almeno nelle intenzioni l’unico film importante sul calcio l’hanno fatto gli americani, Fuga per la vittoria (USA, 1981), artefice John Huston e un cast di livello assoluto (Stallone compreso, che nella parte del ragazzone a stelle e strisce tonto e manesco era perfetto). Huston nel suo film ha tentato di dare un’immagine finalmente epica del pallone, ha girato – in fondo – un film sul calcio al modo in cui un americano avrebbe girato un film sul baseball.

Noialtri, dato che da qualche tempo ci ricordiamo di essere, oltre che italiani, europei, troviamo naturalmente Fuga per la vittoria poco credibile, assolutamente non convincente dal punto di vista tecnico, e soprattutto restiamo inerti di fronte al tentativo di epicizzazione del calcio.

Troppo smaliziati? Forse.

Probabilmenti troppo induriti dal calcio come polemica. Il calcio/farsa (chi non ha riso sentendo il vocione nasale di Zidane tuonare contro "la nandrolona"? Irrimediabilmente comico); il calcio/avanspettacolo (Graziano Cesari contro Giampiero Mughini, un saggio zen sul vuoto assoluto); il calcio dopato, con questi superuomini chimici affetti da pervicace impotentia loquendi, da guarirsi attraverso la ripetizione incessante di formule rituali ("abbiamo dato il cento per cento"); il calcio miliardario (adesso, mercé l’introduzione dell’euro, ridimensionato, almeno nella definizione); il calcio in deficit, il calcio in camera caritatis (la moviola e la sua livrea di polemiche), il calcio in omnia saecula saeculorum (le potenti lobby dirigenziali), il calcio in hoc signo vinces (il valzer continuo degli allenatori), il calcio in excelsis Deo (Roberto Baggio).

Faccende che al giorno d’oggi fanno più o meno sorridere. Ne L’uomo dei sogni qualcuno mette tutto a repentaglio, mette in gioco un’intera esistenza per perseguire un obiettivo il cui carattere fondamentale è la purezza. Questa volontà di purezza è immediatamente scambiata per follia.

Di fronte a tanta giovane ingenuità noi europei di tradizione millenaria sorridiamo. Per questo un film del genere sul calcio non lo vedremo mai: bisognerebbe perdere un poco di malizia e abbracciare – orrore! – un po’ di sana ingenuità americana, che non significa lasciare tagliolini e chianti per avventarsi su hamburger e coca, ma riconsiderare, almeno in sede creativa, il potenziale degli ideali.

Purtroppo, il fatto di possedere una lunga tradizione storica e culturale provoca agli europei – massimamente a noi italiani – una certa avversione per lo stupore, un’invincibile fastidio per gli eroi. Così è un debito d’onore verso la nostra pretesa superiorità intellettuale sprezzare quei bambinoni infatuati del lato più nobile dello sport. Quella nobiltà la ridicolizziamo spesso chiamandola retorica, noialtri preferiamo la macchietta. Se poi, di quando in quando, la cultura sportiva americana produce figure gigantesche del tipo Vince Lombardi, non bisogna preoccuparsi: possiamo opporre degnamente i nostri Oronzo Canà.