[PRE] TESTI

di Fabrizio Patriarca

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FINE DEGLI EUROPEI DI CALCIO

 

Fine degli Europei di calcio. Cioè: fine dei nostri piccoli, meschini Europei. Il torneo avanza nonostante noialtri. Si avrà un bel parlare, adesso, di tecnici dalle idee di una assurdità imponderabile, inesistenti dirigenti federali, giocatori da ridimensionare, arbitri fustigatori e soprattutto, credo, del poco fair-play dimostrato dai simpatici colleghi (calciatori, tifosi, giornalisti) di Danimarca e Svezia.

A me personalmente questi Europei hanno lasciato un’impressione diversa, nel senso che, di là dalle sconcertanti dimostrazioni di sonnolenza del gruppo durante la partita con la Danimarca, di là dal temuto ritorno della fifa (minuscola e terribile) trapattonea, con annesse sostituzioni catenacciare e ormai abituale gol beffa, stavolta di marca svedese, di là dal carattere microscopico emerso durante la solita, ormai tradizionalissima partita del miracolo (che puntualmente sfuma in zona recupero), stavolta ho avvertito, nel calore del tifo, nell’ansia del risultato, un brulichio tutto nuovo e sconosciuto.

Sarò che da tifoso, ahimé, romanista, ho fatto il callo, negli ultimi tre anni, alla difesa avventurosa del "golletto", ai pareggi e alle sconfitte con le cosiddette "minori", ai litigi dentro casa, alle sostituzioni "fantasiose". Quindi non deve venire un Trapattoni a spiegarmi la metafisica del calcio "possibilista", né i telecronisti RAI ad avvertirmi che una palla "spizzicata di testa in area Vieri POTREBBE ANCHE buttarla dentro". Suppongo che, dato un gran numero di palle spizzicate in area, anche il sottoscritto, prima o poi, una "dentro" riuscirebbe appunto a "buttarcela".

A certe fastidiose nequizie, lo ripeto, quelli della mia fazione sono purtroppo ben rassegnati: il giocatore decisivo che è sempre decisivo tranne quando deve essere decisivo; l’allenatore che illustra con astuzia le virtù mirabolanti della squadretta di fondo classifica ben sapendo che tutto è possibile (una tattica che ha fatto scuola, da Liedholm a Capello, passando per Boskov); i molti giocatori "dai piedi buoni", dove i suddetti piedi buoni vengono adoperati solitamente per effettuare improbabili lanci da 60-70 metri.

No. Qualcosa è cambiato, durante questa minima frazione di Europei, ed è stata la percezione stessa della partita di calcio. Saranno state le treccine di Totti, il ciuccetto di Camoranesi, non so, forse la cognizione continua di chi fossero veramente quei tipi là che annaspavano con la Danimarca tra calura infernale e ricche secrezioni ghiandolari: dei miliardari riuniti in un orticello per il loro privatissimo passatempo, quasi un’intoccabile aristocrazia, la nuova aristocrazia che gode dei favori di modelle e veline, della piaggeria delle grandi rassegne televisive, degli omaggi dei politici e del disprezzo della gente comune.

Ben venga allora lo sputo di Totti, e non stupisca la mentalità che lo sottende: ricordiamo assieme la fierezza del nobile generale des Aix, che spronando alcuni suoi militi, davvero poco pugnaci, a procedere nel fuoco nemico intimava loro: "Suvvia, sono pallottole, mica merda!"

Ecco, il calcio, almeno da noi, è il divertimento di questi nuovi ricchi che formano un partito elitario e ristrettissimo, quello della nuovissima borghesia mediatico/calcistica. E’ una minuscola classe sociale che si divide tra possibilità finanziarie ormai prossime a quelle della grande borghesia industriale e aspirazioni piccolo borghesi di cui non raramente viene a fare stendardo con la pubblicità di bibite sexy, energetiche ed effervescenti, telefonini, videofonini, vestiti, e naturalmente, in pieno stile piccolo borghese: fondi d’investimento, pensioni integrative e tutorati parauniversitari.

Ormai la circolazione di informazioni riguardo questa gente è così vasta e continuamente amplificata, che guardando le partite si fa davvero una gran fatica a distinguere il tale giocatore dal simpatico ingurgitatore di tale bevanda, o dal fidanzato di quella tale stellina del piccolo schermo, o dall’uomo immagine del tale telefonino. Così ne nasce immediata la sensazione di guardare, piuttosto che una competizione atletica, un grande teatro, una fastosa rappresentazione in cui questi individui vanno nemmeno a recitare, ma a presenziare come ospiti di riguardo, alfieri di una superiorità di status così esasperata da essere confusa con una vera e propria superiorità morale (Vieri che ammonisce i giornalisti: "Io sono più uomo di tutti voi messi assieme. Io sono più signore di ognuno di voi").

Anzi, stando l’irremovibilità trapattonesca, il suo eloquio sibillino, stante l’autorità a quanto sembra irreversibile di Carraro, nonché la dimensione imprendibile e fantasmatica di questa autorità, l’impressione non è nemmeno di guardare uno spettacolo che in qualche maniera ci riguarda, ma di essere ammessi, casualmente e senza merito alcuno, per pura intercessione benigna, a "sbirciare" dentro questo luogo, il campo di calcio, che in verità ci vuole esclusi, muti, rassegnati, invidiosi.

Fabrizio Patriarca