[PRE] TESTI
di Fabrizio Patriarca
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AUSTRALIA REWIND
Cronocollage da Brisbane 2000
[Seconda parte]
I Latini dicevano: motus in fine velocior, il moto alla fine è più veloce, che è un po’ il senso del rewind, quando tiri indietro la cassetta della memoria e l’ultima parte del nastro accelera all’improvviso fino a bloccarsi di scatto. I Latini, ovviamente, non s’erano mai sciroppati trenta ore d’aereo.
Tutto è cominciato con una telefonata pomeridiana: la Nazionale di Softball va in Australia per un torneo pre-olimpico, che ne dici di accompagnarci e scrivere qualcosa?
Ogni
volta che devo allontanarmi da Roma ho bisogno d’inventarmi un pretesto,
qualcosa che me la faccia disprezzare, altrimenti non riuscirei ad andarmene
mai. Così mi accade immediatamente, dopo aver abbassato la cornetta, di
detestare questa città cagnaccia che pure mi ha allattato, e maledirla con tutte
le sue insulsaggini – albergo dei vizi delle lussurie e delle violenze ch’è
diventata in groppa al cavallone sudicio degli ultimi secoli e ingroppata dagli
stessi figli suoi, che fanno la fila ben disposti ad acies triplex per
sturarsi il naso dentro alle acque tiburine, quasi placide sponde di gorgo
falloppio e fetido, e più fetente nel profondo archeo delle sue tombe e
catacombe e cavità sonanti ch’agitano un fragore di millenaria spazzatura
(sfracello d’organi e disorgani, trombe d’angeli e disangeli) di sotto allo
sfondo sornione degli impeccabili meriggi quali onestamente e in santa
delicatissima verità e intimità possono ammirarsi dai parapetti in San Pietro, o
sporgendo l’occhio al più incantevole declinare del carro apollineo quando
scende lentulo e rilampa dietro le vestiga del Foro e di là schizza e sbotta in
raggi puntuti che vanno a morirsi – spettacolo unicamente romano – addosso ai
veroni dell’anfiteatro.
Eccomi impegnato a decidere che libri portarmi dietro. Ho un volume di saggi di De Benedetti che potrebbe farmi compagnia durante il volo e un Borges per tutte le stagioni: con questi due già contravvengo all’idea iniziale di sospendere, durante la trasferta australiana, letture troppo vicine al giro delle mie auctoritates di sempre. A tutti gli effetti Borges è uno scrittore europeo, il più europeo tra i sudamericani; quei suoi personaggi, così garbati e libreschi persino quando sparano o accoltellano, sono pericolosissimi: addirittura certi gauchos, onorevoli e delittuosi tra un tango e una vendetta mi ricordano segrete affinità lontane. Mi sorprende infatti il pensiero che pure l’Eneide si chiude con una coltellata malandrina, e uno spirito assassinato che scende presto tra le ombre.
De Benedetti, invece, è uno scrittore che ritorna continuamente sulle cose: il suo metodo critico è infinito, incompiuto. Mi piace questo tenersi alla larga dalle definizioni, per quanto autorevoli. De Benedetti non dà mai definizioni, non chiude mai un discorso, e questo disporsi della scrittura come officina incessante mi seduce incessantemente.
Così, ormai sprezzando l’umore indomito della città madre (già faro del mondo poi affiocatosi in favilletta tremula), ma solamente per una posa dell’immaginario, che vuole il viaggio e certe lontananze estreme, assieme a De Benedetti e Borges metto pure il mio Dante Minuscolo Hoepliano, ovvero la Divina-Commedia-che-sta-in-tasca, è un po’ faccio ridere, perché voglio partire per il Mondo Nuovissimo e questi libri invece sono come un elastico che mi lego addosso per restare attaccato per un capo al Mondo Vecchio. "Sei pronto, e voluttuosamente impavido", mi ripeto tuttavia, e ricapitolo un breviario minimo di convinzioni necessarie ad affrontare la partenza, ovvero i fondamenti del mio universo:
A questo punto decido di rimettere il mio destino nelle mani di una sapiente cartografia e in qualche modo mi procuro una mappa dettagliata dell’Oceania, isole comprese. Fatto sta che tornando a casa per sistemare gli ultimi dettagli mi accorgo di aver dimenticato le chiavi dentro l’appartamento, cosa che segno, in questo mio cronocollage, come incidente #1. Di fronte alla porta sbarrata, intraversabile, scattano improperi tronituanti, che colgono i diretti responsabili
a) dell’invenzione del chiavistello, del catenaccio e della doppia mandata
b) i fabbri ed ogni stirpe consimile passata presente e futura
c) i loro congiunti, nipoti, ed avi dalla lontana casta progeniturale alla remota discendenza per via paterna sive materna et cum beneficio adoptionis
d) gli scassinatori d’ogni tempo e regione terricola e annessa proterva inclinazione a farsi vivi ed operanti solo in occasione di viaggi transoceanici o capodanni extra moenia
e) il chiudere il rinchiudere il tappare e tutti gli equipollenti ivi compresi l’inchiodare, lo sbarrare e l’inchiavardare
f) per analogia, il chiavare et omne sinonimico per omne benedictione con ispezial riguardo al fottere al fregare allo schiaffar nel pertugio, nello stipite, nel buggigattolo o – se si vuol – sotto la coda
g) per metonimia, il pistare lo spingere lo sfondare fino agli eccessi del tranciare e dello sbudellare.
L’incidente #1 segnerà tutta la natura di questo viaggio, tenendo sempre desta durante il suo corso una qualche impressione di mancanza, un non-possedere-le-chiavi-per, come avverrà ad esempio al nostro arrivo in albergo, il Centra Brisbane, situato in Roma Street.
Sbalordito da questa divina coincidenza mi lancio in una deliziosa conversazione col responsabile della hall:
– Notevole. Veniamo da Roma e alloggiamo a Roma Street. Tra l’altro vedo che è una strada ampia e importante, o sbaglio?
– Non sbaglia affatto – mi risponde quello – Dame Roma Mitchell è stata per anni governatrice della regione, tra i personaggi politici più rilevanti degli ultimi tempi, un faro per le donne del Queensland.
Bisogna dunque riscoprire, con Pirandello, che la realtà è
sempre più inverosimile della letteratura, e pure che accanto al falso
"verosimile" si può degnamente porre, e spesso, un vero "falsisimile": partiamo
alla volta dell’Australia a mezzanotte in punto da Fiumicino. In verità l’aereo
della Quantas arriva da Milano, dove è salita la squadra al gran completo, io mi
aggiungo, col fardello libresco, durante questo primo scalo nazionale.
L’episodio più rilevante del volo d’andata consiste nello scontro tra le mie
gore intestinali e una porzione di manzo thai che ci viene servita una volta
lasciato lo scalo di Bangkok. Prima di atterrare in Thailandia abbiamo gustato
certe lasagnette al sugo che adesso, forse per via di qualche sballottolamento
di tr
oppo, stanno
agitandosi minacciosamente. Nel frattempo la piccola hostess mi ha messo davanti
il manzo incriminato, una specie di poltiglia giallastra, in verità del colore
del liquame, augurandomi (non senza ironia, credo) buon appetito. Nell’intrico
delle mie affaticate interiora avverto distintamente che le lasagne stanno
risalendo gli intestini, arrampicandosi testarde e perniciose per le pareti
delle tubature crassali. Me le immagino, beffarde, che aggrappate con certe loro
unghiette sadiche scalano i miei budelli palpitanti. Mi sorge a mezza gola un
malloppo recidivo, la cui zaffata vomitevole esplode fin nelle canne nasali.
Guardo il manzo thai che è nel piatto, e mi balena in testa una tra le più
nefaste idee della mia intera esistenza: ne stacco un grosso pezzo con la
forchetta e lo inghiotto.
Alla discesa di questo immondo bolo le lasagne hanno un moto di genuino terrore: il manzo thai precipita verso di loro per ricacciarle nel buio dei miei ricagli interni, ecco: le aggredisce e travolge, le sconfigge con un rumor di sgorgo, le trascina come un torrente in piena che erompe dall’estremo limine fecale. Questa ripulitura mi lascia stordito, con un sapore di fiele, terribile, che mi staziona in bocca: flendo turgiduli rubent ocelli, gli occhi mi si arrossano di lacrime, catullianamente parlando devo trovare il modo di togliermi questo lezzo d’assafetida, cavarmi di stomatos il miasma stomacoso, sopprimere definitivamente queste esalazioni cloacali.
Ora la Santa Patria, l’Italia gloriosa di Mazzini e Garibaldi, di Scalfari e Craxi, di Baggio e di Tardelli mi viene incontro. Frugo nella borsa alla ricerca della piccola, elegante confezione di plastica che ho comperato a Fiumicino assieme ai giornali. Finalmente la scovo, la brancico nervosamente, l’apro con violenza. E’ un poco duretta, per la verità, colpa dell’aria condizionata perpetua che rende la cabina dell’aereo simile all’interno di un igloo. In più non ho un cucchiaino, e sono costretto a raspare direttamente con la lingua. Ora mi sovvengono alla mente immagini paradisiache, da vero eden terrestre, saporoso e carnale, assieme alle immagini più deliziose della fantasticheria, mentre affondo la lingua nel gusto corposo e patriottico. E’ un godimento a carattere sensuale: percorro, nella Nutella, l’afrore di mille labbra femminili.