[PRE] TESTI
di Fabrizio Patriarca
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AUSTRALIA REWIND
Cronocollage da Brisbane 2000
[Prima parte]
In carrozzella lungo il Brisbane River: è un po’ la ricerca di una determinazione che faccia da antidoto a quella certa perplessità che ti assale quando hai superato da un pezzo il tuo tropico d’origine, qualcosa a metà strada tra la vertigine euforica per cui sbigottisci davanti al primo canguro della tua vita e la soddisfazione demente della prima sera in albergo, quando al riparo dagli sguardi indiscreti del coach Micheli e delle ragazze, ti trovi a infilare un lembo del tuo pacchetto di Chesterfield nel lavello del bagno riempito fino all’orlo, poi tiri via il tappo e scopri tutto contento che l’acqua gira davvero al contrario.
Australia
rewind: dopo quattro anni ci si può accostare ai ricordi, ormai sedimentati per
bene. Qualcosa è saltato, è stato tagliato dalla memoria, qualcosa è rimasto,
generosamente e, a tratti, perniciosamente: così resuscita l’immagine di me e
Fabio Fanton, micidiale osteopata dal volto rigato dalle molte raffiche
esistenziali sopportate a Perth, come a Tokyo o all’Avana, vero viaggiatore il
cui istinto di flaneur è qui incrudelito da certe lente passeggiate per
Queen Margaret Street. Eccoci in faccia al Pacifico, sulla spiaggia mitologica
di Surfer’s Paradise, che osserviamo la curvatura del globo terrestre. Lui pensa
a Rio de Janeiro, con gli stessi panorami brillanti e sinuosi, io mi gratto lo
stomaco e getto l’occhio ai più vicini baywatch del luogo. Questi tipi,
di cui è molto difficile inventariare al primo sguardo le massiccerie muscolari,
si avvicinano per avvertire che saremo tratti in salvo, qualora l’onda
invincibile ci rovesciasse, solo a patto di fare il bagno entro una zona
delimitata da certe belle bandierine triangolari, color giallorosso. Da buon
tifoso della Magica non posso fare a meno di riflettere sull’alto senso di
civiltà che ispira questa giovanissima nazione australiana: chi nuota fuori da
quei limiti gialli e vermigli viene infatti lasciato affogare.
L’oceano roglia e soffia spumando da lontano, dove il rotolio dei marosi travolge le masse galleggianti di plancton, le mescola e disgrega, nascostamente, e così intrisa di protozoi, ostracodi, anellidi, cladoceri, rotiferi e copepodi fluorescenti, la mole d’acqua nerastra ansima e s’intronfia in un’ultima oscillazione, prima di spegnere il suo gran riflusso borbogliante verso le ampiezze più serene della costa, e rimandare in una dettatura di lampi il rosa elettrico, il neon isterico che ostentano alberghi e palazzi di là del lungomare. La spiaggia si allunga in forma di mascella spalancata a frapporsi tra i vomiti del Pacifico e il conglobato umano che fluisce a scatti, oscilla anch’esso, fiancheggia le rive disperdendosi o raggrumandosi qualche metro più in alto, sulla strada riparata da uno scaltro velo di arbusti. Questo limite arboreo che serve a scindere il consommé oceanico dalla brodaglia terricola è tuttavia un’illusione: il mare rientra nella terra qualche chilometro più a nord, s’incunea in essa come un uncino azzurrognolo, piegando ad arco improvviso dopo aver aggirato la sottile lingua orientale da cui Surfer’s Paradise si affaccia ignara sulle sue forme straordinarie.
E’
il fiume Nerang, che separa l’ultimo e sensuale tratto di Gold Coast dal resto
del Queensland, facendolo apparire come una specie di California in miniatura
col capo volto all’in su, verso altre e sempre maggiori sporgenze della crosta
irsuta, presagi del gran corno settentrionale di Cape York, che punta come un
arpione la Nuova Guinea e poi digrada nitido, scivolando senza compromessi nel
golfo di Carpentaria. Così, il volto insolente e verticale di Surfer’s Paradise
è battuto da acque imponenti che s’incurvano all’orizzonte, ma alle spalle è
sorvegliato dalla discreta voluta del Nerang, che dà nome a un’intera regione
solcata dai battelli dei turisti, abitata da orgogliosi discendenti dei
pionieri, setacciata dai pescatori che gettano ami ai longilinei saratoga, ai
silver perch, al guizzo dei pesci-gatto o degli yellowbellies.
Senza cura o nozione di quest’apparato fluido e trasparente che ne fomenta gli splendori, la città è abbandonata ad una sorta di prosperità neghittosa e molle, impavida e sconsiderata, né alcuno, tra i frequentatori che le si aggrappano come una calca di porcelli crudeli attorno alle mammelle floride della scrofa, si mostra esperto nelle ragioni del proprio benessere. Ma per una precisa volontà del destino che mi ha condotto qui aggregato alle glorie del softball, mi è possibile spingere un briciolo d’intelligenza, come una palla curva, dietro il doppio sipario delle tende e degli alberi, ed osservare il moto effervescente dell’oceano, tenendo bene a mente che l’acqua di Surfer’s Pardise, dell’intera Gold Coast, quella che userò oggi per lavarmi o per bere, proviene in gran parte dalle dighe del Nerang.
Surfer’s Paradise, oltre queste dune ambrate, è come una ballerina scintillante e famelica: ti fischia attorno e si dimena, scocca la sua seduzione cronica e t’ammali, mentre t’ammalia e stordisce d’invadenza: a frequentarla – ce ne accorgiamo tutti – a penetrare con passo vago tra le luminerie sgargianti dei viali che rombano dalle grosse cilindrate, a perderti nell’occhio complice e fanciullo dei corpi lucenti che ti strusciano accanto nella farandola impazzita di colori e segnali che è questa geisha dai molti richiami sonanti, sempre vigile, senza sonno o flessione o torpore, a conficcarti come un punteruolo insidioso nel ventre della brillante odalisca sdraiata in posa di rettile nella solitudine australe della Gold Coast che se la gode – scaglie che moltiplicano i riflessi, flessuoso lampare di vampe argentee o rubizze – t’illascivisci, scompari.
A tratti – sospetto che accada solo agli europei – puoi
morire, come muore il corpo sommerso dai suoi simili, o il vento quando
s’annulla nel ciclone, il maschio della mantide religiosa, divorato dal suo
istinto di rapina. Vivere, più in generale, s
embra
un gioco per chi non ha nulla da perdere e nulla da investire: a lasciarsi
corrompere si rischia la fine della coca dissolta nel gran taglio anfetaminico:
ti risucchiano due grasse narici, di quelle che sfoggiano certi pachidermi del
jet-set, due buchi gorgoglianti che eruttano afrore d’avana e pulviscolo di
cointreau, miscela di gin e salsa di gamberi, la giacca estiva deposta
soavemente dalla naftalina e indossata con sprezzo del pericolo d’infarto; quei
cunicoli intasati, umidi e pruriginosi ti stendono e rivoltano come un insetto
trascinato nel liquame – via che t’afferra l’esistenza, e sfugge al ruolo che
volevi: sei finito appeso alla linea del tropico, sei preso nel cascame del
mondo, e Surfer’s Paradise ti espelle, come una crosta pendula nello sbocco
dello starnuto. Allora, in quel riflusso immediato verso la secca d’idolatria e
nequizia da cui ti credevi al riparo, subisci l’odioso clangore che t’investe
mentre la città ti sputa fuori.
Irretito ma non persuaso del tutto da queste immediate promesse di Surfer’s Paradise ti ritrovi infine a sostare con leggerezza tra i lazzi e le marpionerie dei surfisti.
Costoro sono il molle nerbo sgusciante di Surfer’s Paradise. Affollano il litorale inguainati per metà nelle loro attrezzature: li osservi al mattino che vanno nel sole a torso nudo, con la fronte che domina il mare; quindi durante l’ora del pranzo, mentre risalgono stremati e ancora gocciolanti, e sono magri e scavati nel torace, con un filo di bava che gli brilla sulle guance, il passo incerto e sudato, che batte ruvido sul cemento mentre gli occhi spossati disperano di un’altra onda; nel pieno pomeriggio, che li veste di panni ampi e leggeri, ne ispessisce i profili: poi presto s’allontanano, salgono su traballanti camionette bardate come in parata militare.
E tutti muovono capelli morbidi e braccia ancora ingrommate di sale.